I novaresi Il
Disordine delle Cose sono una delle realtà più interessanti della scena
indipendente italiana, con due album all’attivo, l’esordio omonimo del 2009 e
il recente La Giostra, pubblicato
all’inizio dell’anno. Il primo disco è stato una bella sorpresa, che ha colpito
per la freschezza e l’originalità della proposta. Aiutati dai piemontesi Perturbazione con la partecipazione di Carmelo Pipitone dei Marta
sui Tubi, di Marco Notari, Paolo Benvegnù e Syria, realizzano un’opera dai suoni molto eleganti e curati, in
cui la vena cantautorale è declinata tra raffinatezze pop e rock intimista e
riflessivo. La Giostra invece, registrato
in Islanda negli studi dei Sigur Ros,
testimonia il notevole salto di qualità compiuto dal gruppo, che rivela, con grande
padronanza espressiva, la capacità di comporre ottime canzoni e di arrangiarle
sapientemente in una miscela sonora avvincente.
lunedì 10 settembre 2012
venerdì 31 agosto 2012
Fabrizio Poggi - Harpway 61 (The Blues Foundation - 2012)
Devo ammettere di non essere mai stato un appassionato di
geografia e di non aver mai provato alcun interesse in aridi elenchi di numeri
e capitali. Così purtroppo mi è stata insegnata a scuola e di certo mi è
mancato l’insegnante giusto che sapesse coinvolgermi in una materia che può
invece rivelarsi interessante. Le occasioni per rimediare però si presentano
inaspettate, come Harpway 61, il
nuovo album di Fabrizio Poggi. Vi
starete domandando: cosa c’entra la geografia con un disco di blues? Invece
c’entra, perché i titoli dei quattordici brani sono i nomi di altrettante città
americane che hanno visto nascere o affermarsi i migliori armonicisti blues in
circolazione. D’obbligo il riferimento alla famosa Highway 61, l’autostrada che unisce New Orleans a Chicago,
conosciuta dagli appassionati come Blues
Highway, così chiamata perché segna le tappe iniziali del percorso intrapreso
dai musicisti neri durante il viaggio che dal delta del Mississippi li ha
portati verso il nord. La Harpway 61
è quindi la nuova autostrada del blues, dedicata all’armonica e ai suoi eroi;
non resta che partire e seguire le indicazioni del navigatore, un Fabrizio
Poggi particolarmente ispirato che ci guida con grande talento lungo un
tragitto davvero emozionante.
martedì 28 agosto 2012
Dimartino - Sarebbe bello non lasciarsi mai, ma abbandonarsi ogni tanto è utile (Picicca Dischi - 2012)
Ci sono dischi di cui ti innamori già dal primo ascolto. E’
successo così con il nuovo album di Antonio
Di Martino, in arte Dimartino, che
fin dal titolo, bello e coraggioso nella sua lunghezza, incuriosisce parecchio.
In un periodo in cui la musica viene definita liquida, togliendole così spessore ed importanza, imbattersi in
dischi come questo è insieme una fortuna e un piacere. Sarebbe bello non lasciarsi mai, ma abbandonarsi ogni tanto è utile
è un lavoro tanto godibile per le qualità musicali quanto profondo e intenso
nei contenuti. Il trentenne autore palermitano, giunto alla seconda prova
solista, rivela una notevole vena cantautorale che lo impone come uno dei
musicisti più dotati nell’attuale panorama italiano. La copertina, decisamente
surreale, che lo ritrae seduto accanto ad un valigione con le nuvole a fare da
sfondo, fa presagire un viaggio di cui non si conosce ancora la meta. Non resta
quindi che inserire il cd nel lettore e partire.
Non siamo gli alberi, il primo brano, inizia quasi in sordina: “io odio immensamente le ferrovie dello
stato, perché è li che ci lasciamo quattro volte al mese” recita la voce
sola, poi si aggiungono chitarra e pianoforte e il mood è decisamente anni
settanta. Tutto l’album si gioca su sonorità retrò che rimandano al periodo
d’oro della musica d’autore italiana. Nel caso di Dimartino la definizione di cantautore,
spesso usata a sproposito, calza davvero a pennello. Unire testi riflessivi ed
intensi, intrisi a tratti di un’ironia tagliente ed amara, a melodie di gran
gusto, è una capacità che dimostra il grande talento compositivo del nostro e
la raggiunta maturità stilistica dell’artista. L’insieme degli undici brani è
un quadro a volte spietato dell’Italia di oggi, descritta attraverso i
sentimenti e le disillusioni di chi, pur essendo ancora giovanissimo, ha già
avuto modo di vedere tradita qualche speranza. Emblematico il caso di Non ho più voglia d’imparare: sentire
cantare “tienitela tu l’università, la
burocrazia, il socialismo nelle dispense di un massone…non ho più voglia di
capire, ne di sapere niente, tanto a cosa mi serve” fa un certo effetto. Sulla stessa linea Venga il tuo regno, un crudo ritratto
della nostra società, che ha svenduto valori e speranze, dove “i laureati aspettano di lavorare, i
lavoratori aspettano di morire” ; un gran vuoto, difficile da colmare, che
il sarcasmo cerca di alleviare con “venga
il tuo regno, venga pure babbo natale, vengano gli uomini neri pescati morti
dal mare”. Con altrettanta bravura Dimartino
sa descrivere i sentimenti, le gioie e i dolori dei rapporti umani e li ritrae con
grande fantasia e padronanza linguistica. Amore
sociale, Maledetto autunno e Piccoli peccati sono preziosi quadretti
dipinti con maestria, che una minuziosa descrizione della quotidianità
arricchisce di particolari.
"Mentre guardavamo il divo sul manifesto del detersivo
pensavamo a Monicelli che vola dal balcone
alla faccia della moda che ci vuole tutti giovani e belli
alla faccia dell'Italia che ci vuole vivi e basta"
Prodotto dall’amico Dario
Brunori (anche lui cantautore) il
disco vede la partecipazione di Simona Norato
al pianoforte e alle tastiere, e di Giusto
Correnti alle percussioni, due musicisti di assoluto valore che, con la
loro bravura, aiutano il nostro autore a realizzare un’opera davvero di qualità.
Sarebbe bello non lasciarsi mai, ma
abbandonarsi ogni tanto è utile è un deciso passo in avanti rispetto a Cara maestra abbiamo perso, il già
molto interessante esordio di due anni fa, che forse mancava solo di una
direzione precisa e appariva ancora una raccolta di brani a compendio di influenze
diverse. Ciò che ora invece colpisce molto favorevolmente è l’omogeneità stilistica
dell’album che indica l’avvenuto processo di maturazione dell’artista.
Naturalmente i rimandi ci sono e sono evidenti, Francesco De Gregori, Lucio
Dalla e Ivan Graziani sono i
primi nomi a venire alla mente, ma Dimartino
riesce ad elaborare con assoluta originalità e personalità le proprie fonti
d’ispirazione. Lui che canta di non avere più voglia di imparare, dimostra
invece di avere non solo appreso molto bene la lezione, ma di sapere
padroneggiare con estrema sicurezza la materia.
Articolo pubblicato su REvolution Rock,
la webzine di Diavoletto Netlabel
lunedì 13 agosto 2012
Graziano Romani - Concerto del 9 agosto 2012 - Chiringuito - Spalti di San Michele - Bergamo Alta
Da qualche tempo non assistevo ad un concerto di Graziano Romani e per di più ero molto
curioso di ascoltare dal vivo i brani del suo ultimo disco dedicato all’eroe
dei fumetti. La data di Bergamo del My
Name Is Tex Tour è capitata quindi a puntino in una calda sera d’agosto, già
in clima di ferie, l’atmosfera ideale per godersi della buona musica e bere una
birra fresca. Arrivo al Chiringuito, il locale all’aperto sugli Spalti di San
Michele nella città alta, appena in tempo per fare quattro chiacchiere con gli altri
Spiriti Liberi (i fan del rocker
emiliano) già sul posto e accomodarmi in prima fila. Vestito di nero con un altrettanto
nero Stetson calato sul capo, Graziano sale
sul palco in perfetto orario, imbraccia la chitarra, da un cenno alla band e lo
show comincia. Come previsto, l’inizio è affidato ai nuovi pezzi, My Name Is Tex, Goldeena, Carson e il
traditional Red River Valley, mentre
dal precedente Zagor King Of Darkwood
vengono ripescate Guitar Jim e Darkwwod. L’esecuzione della formazione
a quattro è grintosa e veloce, il suono decisamente chitarristico,
spiccatamente country-rock, che
l’assenza dell’elettrica vira verso il folk
più energico e scoppiettante. Se gli arrangiamenti del disco possono contare su
sfumature più ampie, impreziositi come sono dalla presenza di violino, dobro e
accordion, dal vivo si apprezza invece la compattezza e l’energia del combo.
clicca qui per continuare a leggere su Mescalina...
il sito ufficiale http://www.grazianoromani.it/
il sito del fan club http://www.grazianoland.net/
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il video ufficiale di My Name Is Tex
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mercoledì 25 luglio 2012
Patti Smith - Festival di Villa Arconati - 23 Luglio 2012
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| Foto di Alessia Interlandi http://www.flickr.com/photos/alessiainterlandi/7635251592/ |
L’altra sera ho provato una grande emozione, consapevole di
aver assistito ad un avvenimento che ricorderò a lungo. Patti Smith, attualmente in tournèe in Italia per promuovere il
nuovissimo Banga, ha tenuto a
Bollate uno strepitoso concerto. Il disco, pubblicato agli inizi di giugno,
mi è piaciuto moltissimo, anzi lo considero una delle uscite più belle e
importanti dell’anno, un lavoro affascinante non solo per le sue qualità
musicali, ma anche per la ricchezza degli innumerevoli spunti letterari e
poetici che offre all’ascolto. Con grande curiosità ho atteso quindi la data
milanese cogliendo al volo la ghiotta opportunità offerta dal Festival di Villa Arconati di vedere
dal vivo un’autentica icona del rock. L’aspettativa per quello che da subito si
è preannunciato un evento è stata
ampiamente ripagata dall’artista che, in gran forma, ha dimostrato ancora una
volta di possedere classe e talento straordinari, un personaggio dal carisma
davvero unico!
La band sale sul palco quasi in orario e attacca con Redondo Beach e Dancing Barefoot, un ottimo inizio con due brani trainanti e
coinvolgenti che hanno il potere di sciogliere subito il pubblico. La Smith è rilassata e sorridente, la sua
voce ancora intonatissima e potente, per nulla intaccata dagli anni, dal timbro
inconfondibile. Arrivano subito le canzoni nuove: April Fool ha un ritornello
accattivante e orecchiabile e Fuji-san,
che ricorda il terremoto in Giappone, è una preghiera così intensa da mettere i
brividi. This Is The Girl, composta in
memoria di Amy Winehouse, di cui
ricorre l’anniversario della morte, segna un momento molto toccante; non
succede infatti così spesso che ad un concerto rock cali improvvisamente il silenzio,
ma quando capita è un momento magico e Patti,
emozionata, può sussurrare la sua dedica. Segue, forse non a caso, Ghost Dance tratta da Easter e quando tutti insieme cantiamo we shall live again l’emozione è
palpabile. Ancora un paio di brani e sale alla ribalta Lenny Kaye, il fidato chitarrista dal look impeccabile, che propone
un medley di brani da Nuggets (seminale
compilation di garage band pubblicata
nel 1972) tirati ed energici, spettacolo nello spettacolo.
Rientra subito la Smith
e siamo nel cuore del concerto, scorrono We
Three, Nine, Pissing In A River per arrivare ad uno dei momenti più attesi, una Because The Night sicuramente diversa
dalla versione di Bruce Springsteen,
ma non meno efficace, impossibile non cantarla a squarciagola insieme a chi l’ha
resa famosa! People Have The Power,
altro anthem, è resa in versione parlata mentre Gloria, degli Them, è
impetuosa, ormai tutto il pubblico canta e balla, non si può restare fermi. Il
concerto finisce qui, ma la platea reclama, manca ancora qualcosa, e così il Patti Smith Group torna sul palco per
l’encore conclusivo. L’insistenza di
uno spettatore viene premiata da un verso di Kimberly cantato a cappella cui segue Banga, bella e potente che on
stage guadagna in intensità. Il finale è affidato a Rock’N’Roll Nigger, travolgente con la Smith che urla tutta la sua rabbia e, imbracciata una fender, si
produce in un vulcanico assolo e all’urlo di outside of society termina la canzone letteralmente strappando le
corde della chitarra. Dopo quasi due ore trascorse velocissime la conclusione
arriva veramente, resta solo il tempo dei saluti. Ci avviamo all’uscita
soddisfatti, contenti per una serata dove ogni cosa è andata alla perfezione e
l’ottima acustica ha permesso a tutti di goderne nel migliore dei modi.
A Villa Arconati si
è fermato un pezzo importante della storia della nostra musica e Patti Smith, con una grinta davvero invidiabile,
ha impartito ai presenti una grande lezione di rock. Divisa tra ballate intense
e raffinate, pezzi potenti e tirati e un finale al fulmicotone, la band ha
suonato sempre ad alto livello, senza sbavature. Quindi bravi tutti, a partire naturalmente
da Lenny Kaye, efficacissimi nell’accompagnare
una grandissima Patti Smith.
sabato 14 luglio 2012
Vinicio Capossela - Rebetiko Gymnastas
Articolo pubblicato su REvolution Rock,
la webzine di Diavoletto Netlabel
http://issuu.com/diavolettolabel/docs/re8
http://www.diavolettolabel.com/revolution.html
la webzine di Diavoletto Netlabel
http://issuu.com/diavolettolabel/docs/re8
http://www.diavolettolabel.com/revolution.html
Musiche di porto e d’assenza che da tempo attendevano
l’approdo! Rientra il navigante, dopo aver affrontato mari omerici, balene,
ciclopi e polpi innamorati, dopo essere sfuggito all’incanto delle sirene. A
conclusione delle peregrinazioni marinaresche ecco il porto, la Taverna Tsozzos, dove si apre il girone
dei rebetici.
Attendevo da tempo Rebetiko
Gymnastas, da quando cinque anni fa ho saputo che il disco era stato
registrato ad Atene, e finalmente il momento della sua pubblicazione è
arrivato. L’amore per la musica greca di Vinicio
Capossela ha radice lontane, il primo segnale nella sua opera risale infatti
a Canzoni a Manovella, l’album che
conteneva Contratto per Karelias,
brano dal testo originale arrangiato sulla musica di Markos Vamvakaris, uno dei padri del rebetico. Nel suo romanzo Non
si muore tutte le mattine l’autore stesso racconta in un paio di capitoli
l’incontro folgorante con questa musica, parole da rileggere con attenzione per
entrare nella giusta atmosfera e prepararsi all’ascolto del disco. Il rebetico, che in greco significa ribelle, è nato negli anni venti in
seguito all’allontanamento dei greci dall’Asia Minore, una delle tante diaspore
del secolo scorso, che ha lasciato segni profondi nei rifugiati e alimenta
nostalgia e rimpianto per ciò che si è perduto e non si riavrà mai più. Come il
blues, il fado portoghese e la morna capoverdiana, è musica intrisa di
malinconia, che nasce dal dolore, il cui esercizio (da qui i ginnasti cui
allude il titolo) aiuta a vivere, a manifestare la propria identità attraverso la
ribellione dell’anticonformismo al tempo presente.
Ancora una volta veniamo sorpresi da una straordinaria prova
d’artista, nella quale convergono le tante esperienze dell’autore che si è confrontato
spesso con altre culture e le ha sapute amare e metabolizzare con estrema
sensibilità. Le sue opere, sempre migliori e diverse una dall’altra, si sono costantemente
arricchite in questi scambi e testimoniano la creatività dirompente di un
autore in continua evoluzione, che non si stanca di esplorare e conoscere,
davvero unico nell’attuale panorama italiano. Ecco quindi Rebetiko Gymnastas, non una sterile operazione folkloristica, ma il
mondo di Capossela interpretato e rivisto
insieme ad un manipolo di ottimi musicisti greci, non un disco di rebetico, ma suonato da musicisti rebetici. Forse una distinzione sottile,
ma che rende perfettamente l’idea! Come definire altrimenti un lavoro il cui nucleo
principale è costituito da nove brani pescati dal repertorio di Vinicio e solamente uno dei quattro
inediti è di un autore greco?
Aiutano il nostro un paio musicisti storici del clan caposseliano,
Alessandro “Asso” Stefana alla
chitarra e Glauco Zuppiroli al
contrabbasso, affiancati dai bravissimi Ntinos
Chatziiordanou alla fisarmonica, Socratis
Ganiaris alle percussioni, Manolis
Pappos al bouzouki e Vassilis
Massalas al baglama. In questa nuova veste le composizioni che già conosciamo traggono ulteriore
linfa vitale e la diversa prospettiva le rende ancora più belle ed
interessanti. Con una rosa,
impreziosita dal violino di Mauro Pagani
ed una fisarmonica assassina si trasforma in elliniko baion, Non è l’amore
che va via, dall’incedere lento e malinconico, è ancora più struggente. Morna è una stretta al cuore, “tanto qui c’è soltanto vento e parole di
allora”, ospite la chitarra portoguesa
di Riccardo Pereira. Eccezionali gli
inediti, a cominciare da Canción de las
simples cosas, resa famosa dall’argentina Mercedes Sosa e Abbandonato (Los ejes de mi carreta) di un altro autore argentino Atahualpa Yupanqui entrambe dal testo tradotto in italiano da Capossela. Non finisce qui, perché c’è spazio anche per Gimnastika del poeta russo Vladimir Vysotskij e Misirlou, di cui ricordiamo la versione strumentale in Pulp Fiction, che ospita Kaiti Ntali alla voce, canzone del repertorio popolare greco. Manifesto del disco è Rebetiko you stupendo esercizio di stile cui partecipa, ospite alla chitarra, il grande Marc Ribot.
“Fatevi più stretti attorno
Questa sera non mi basta il mondo
Tornano i miei passi in coro
Nel cerchio del rebetiko da solo
Come una parata
Come in un addio
Questo ballo è solo il mio”
“Fatevi più stretti attorno
Questa sera non mi basta il mondo
Tornano i miei passi in coro
Nel cerchio del rebetiko da solo
Come una parata
Come in un addio
Questo ballo è solo il mio”
Rebetiko Gymnastas
è davvero entusiasmante e nonostante raccolga influenze di vario genere, è assolutamente
omogeneo nel risultato e piacevolissimo all’ascolto. Se il precedente Marinai, profeti e balene poteva essere
considerato in parte un po’ eccessivo e impegnativo
(d'altronde trattava temi sovra-umani),
qui funziona tutto alla perfezione. L’abilità di Vinicio Capossela e dei suoi bravissimi compagni d’avventura è
quella di aver reso gradevole e accessibile un’operazione di altissimo valore
culturale. Solamente il Maestro
poteva permettersi un così caloroso e personale omaggio al mondo greco che, lo
ricordiamo, giunge in un momento storico molto particolare per la culla del
mondo occidentale. Dimentichiamo quindi per un attimo la musica
anglo-americana, di cui sappiamo già tutto, e immergiamoci nel mediterraneo,
accompagnati da questo straordinario album, rapiti da una musica che parla al
cuore, racconta di noi e della nostra identità!
giovedì 12 luglio 2012
Erykah Badu - Festival di Villa Arconati - 7 luglio 2012
Serata davvero piacevole quella che si è tenuta sabato
scorso a Villa Arconati in occasione
del concerto di Erykah Badu. L’artista
americana ha fatto tappa con il suo tour nel salotto buono delle estati milanesi
ed è stata accolta con grande entusiasmo dal pubblico che nel corso dello
spettacolo è stato ampiamente ricompensato del suo calore.
Come ogni diva che si rispetti, Erykah si è fatta attendere, lasciando il compito di intrattenere i
presenti ad alcuni brani di un dj-set seguiti dalle improvvisazioni di
batterista e percussionista, forse un po’ troppo lunghe e compiacenti, ma che
comunque hanno scaldato la platea. Impeccabile l’entrata della Badu, elegantissima in pseudo
impermeabile-sahariana chiaro, tacchi alti e cappellino a coprire la foltissima
chioma. Così inquadrato, lo sguardo magnetico della cantante ha subito
incantato e le è bastato poco per calamitare l’attenzione su di se. L’ordine
voluto dagli organizzatori è saltato subito, nessuno ha saputo resistere al
richiamo di avvicinarsi al palco, come del resto deve succedere in ogni
concerto che si rispetti, tutti in piedi a ballare e a godersi la musica. Tutti
tranne un accanito signore, che forse non capiva a cosa stava partecipando e si
è ostinato a restare seduto contemplando tutto il tempo le terga dei
partecipanti!
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