martedì 8 gennaio 2013

E' cominciato tutto da Elvis Presley...


8 gennaio 1935 - 16 agosto 1977

"All’inizio, ogni musicista vive il suo momento di genesi. Per voi potrebbero essere stati i Sex Pistols, o Madonna, o i Public Enemy. Qualunque cosa vi abbia fornito la spinta iniziale per l’azione. Per me è stato il 1956, Elvis e l’Ed Sullivan Show. Fu la sera in cui capii che anche un bianco poteva creare qualcosa di magico, che non era inevitabile finire condizionati e limitati dall’ambiente in cui si cresceva, dal proprio aspetto, o da un contesto sociale opprimente. Era possibile evocare il potere della propria immaginazione e trasformare il proprio io. E parlo di un ben preciso tipo di trasformazione, la trasformazione in un nuovo io che in qualunque altro momento della storia americana sarebbe sembrato difficile creare, se non impossibile. Ai miei figli dico sempre che hanno avuto fortuna a nascere nell’era della riproducibilità tecnologica, altrimenti loro vivrebbero nel retro di un furgone e io avrei in testa un cappello da giullare."

Bruce Springsteen SXSW 2012


lunedì 7 gennaio 2013

Paolo Saporiti - L'Ultimo Ricatto (OrangeHomeRecords - 2012)





“It’s running me in time, 
in your sympathy
Burning me in kind, 
sweet liberty
He’s carry me home”
Sweet liberty

                                                                         




L’ultimo ricatto è un’opera non comune, profonda, che scava nei sentimenti fino all’osso, procede per immagini, analogie e istantanee folgoranti. L’atmosfera del tutto particolare del disco è il frutto evidente di una ricerca sonora che sembra cercare il contatto fisico con l’ascoltatore che viene avvolto, ammaliato, perfino stupito dal flusso continuo di parole e musica che si intersecano in un gioco ad effetto originale e coinvolgente. Per avvicinarsi all’arte di Paolo Saporiti è necessaria indubbiamente non solo una certa dose di impegno ed attenzione, ma anche di curiosità e soprattutto di disponibilità a lasciarsi meravigliare. Il gusto forte delle sensazioni trasmesse dalla sua musica, l’intensità emotiva di ogni singolo brano, sapranno ampiamente ricompensare il tempo dedicato alla scoperta del suo mondo.

L’ultimo ricatto è in un certo senso un ritorno a casa, la presa di posizione di chi non vuole scendere a compromessi e non vuole più subire imposizioni di alcun tipo. Dopo due album pubblicati da una piccola etichetta indipendente, The restless fall e Just let it happen, nel 2010 Saporiti corona il sogno di una vita e approda alla Universal con la quale realizza Alone, un bellissimo disco che, grazie anche alla sapiente produzione di Teho Teardo, dimostra tutta la sua abiltà compositiva e il raggiungimento di uno stile decisamente personale. Il rapporto con la major non è però dei migliori, non tutto funziona correttamente, le grandi aspettative riposte nel progetto vengono in parte deluse. Così l’entusiasmo iniziale lascia spazio all’insoddisfazione e spinge Saporiti a compiere una scelta coraggiosa, quella di tornare ad una realtà indipendente, che può meglio garantirgli quella libertà d’espressione e di movimenti di cui ha assolutamente bisogno. 

Puoi leggere l'articolo completo a pag. 32 di Just Kids #3 (clicca qui per sfogliare la rivista)


domenica 6 gennaio 2013

Vincenzo Costantino Cinaski - Smoke - Parole Senza Filtro (Gibilterra - 2012)

Essere un artista significa anche vedere ciò che gli altri non possono vedere, osservare la realtà con occhi diversi, trovare un senso ed un significato anche in quello che ai più passa inosservato. “Niente è grande come le piccole cose” sostiene Vincenzo Costantino, e in questa frase è racchiusa la sua visione del mondo. Un uomo passeggia in maniera distratta e assente, un altro cammina pensoso e viene disturbato dal puzzo di cavolfiore che esce da una finestra al piano terra. Una donna intenta alle faccende domestiche prepara da mangiare “per un uomo che tornerà a casa probabilmente imbestiato dalla birra”. Un terzo uomo, il poeta, “passeggia come se non avesse un cazzo da fare e, incrociando la finestra, si ferma, guarda dentro, spinto dalla curiosità e dalla fame di vita. Tira fuori un taccuino, riprende a passeggiare, come se non avesse un cazzo da fare, e scrive…”. Il poeta è Cinaski, il bardo metropolitano, come lui ama definirsi, e Il terzo uomo è la poesia, anzi il brano che apre Smoke, un libro diventato disco, una raccolta di scritti, alcuni inediti, altri già pubblicati, che qui rinascono e acquistano una nuova dimensione.  Accompagnate e rivestite dalla musica, le parole, non più incasellate l’una dopo l’altra sulla pagina, ora sono recitate sotto forma di canto poetico, in una modalità che richiama la tradizione dei poeti trovatori. La poesia per Cinaski è materia viva, non si esurisce nella scrittura, ma trae forza e sostentamento dalla lettura in pubblico. I suoi reading non sono solo l’occasione per ascoltare dal vivo le poesie lette dall’autore, ma spesso sono veri e propri eventi musicali in cui il nostro ama confrontarsi con i colleghi musicisti. Ricordiamo a tal proposito gli spettacoli Mr. Pall incontra Mr. Mall che lo vedevano salire su un ring ideale insieme al sodale Vinicio Capossela e con lui incrociare i guantoni, pardon le parole, in un botta e risposta davvero singolare tra canzoni e poesie. Per chi quindi lo ha seguito negli anni ed ha ascoltato sul nascere alcuni dei brani ora apparsi su Smoke, il disco è, in un certo senso, il naturale punto d’arrivo della sua evoluzione artistica. L’incursione, per usare le parole dello stesso autore, nel campo altrui, quello cioè della musica, frequentata sempre molto da vicino, si rivela una prova veramente ben riuscita. 

Puoi leggere l'articolo completo a pagina 30 di Just Kids #3 (clicca qui per sfogliare la rivista)



martedì 11 dicembre 2012

Roberto Dell'Era - Carroponte - Sesto San Giovanni (Mi) - 2 Agosto 2012

Intervista realizzata per Just Kids da me e Massimo Miriani e pubblicata sul #1 (lo puoi sfogliare qui)


In occasione della rassegna musicale che si svolge al Carroponte di Sesto San Giovanni per tutto il periodo estivo, questa sera suona Roberto Dell’Era accompagnato dai Judas, cioè Rodrigo D’Erasmo (Violino e Chitarre), Milo Scaglioni ( Basso), Alessio Russo (Batteria) e Lino Gitto (Tastiere).

Con molta disponibilità e la simpatia che da sempre lo contraddistingue, Roberto ci concede una chiacchierata poco prima di salire sul palco.


Ciao Roberto, vuoi parlarci di “Colonna so­nora originale”, il tuo primo progetto soli­sta, che ancora promuovi a circa un anno dalla sua uscita?

Si, è un “never ending tour” finché non uscirà il mio prossimo disco! Intanto stasera abbiamo aggiunto due nuovi pezzi che non abbia­mo mai suonato dal vivo e che presentiamo in questa occasione.

Sei soddisfatto del riscontro che ha avuto?

Direi di si, tutto sommato al di là delle aspet­tative. Ho avuto molti consensi da parte del­le radio, è piaciuto molto, quindi mi ritengo molto soddisfatto. Il fatto di essere un mem­bro degli Afterhours mi ha permesso di apri­re qualche porta. Ciò in certi casi può essere un’arma a doppio taglio, in quanto potrei es­sere considerato il figlioccio di una band che ha una entità molto forte e potrebbe essere scontato il fatto che sono bravo solo perché faccio parte degli Afterhours, il che non è as­solutamente vero.

Infatti nel tuo progetto non vi è alcun rife­rimento musicale che possa ricondurre allo stile degli Afterhours. Ciò significa che è molto personale, dotato di una sensibilità completamente diversa da ciò che fai con il gruppo. La decisione di utilizzare uno sti­le riconducibile ad un sound sixties è stata una esigenza legata a questo progetto parti­colare oppure è il genere musicale che più preferisci e senti tuo?

E’ il tipo di suono che preferisco, anche se non lo ritengo neo-sessanta o super british. Lo ritengo il mio suono nuovo e attuale. Nell’immaginario culturale parlare di suono anni sessanta fa pensare a qualcosa di data­to, che appartiene al passato. per me invece è semplicemente un suono, come lo potrebbe essere l’hip-hop, che, anche se lo si ascolterà fra vent’anni non è detto che sarà considerato vecchio o datato. E’ un suono che gode di una sua entità ben specifica.


Vuoi parlarci dei tuoi esordi e del percor­so artistico prima di entrare a far parte degli Afterhours? Come e dove nasce Roberto Dell’Era arti­sticamente?

Ai tempi feci un corso di chitar­ra all’oratorio che frequentavo da piccolo, nel quale c’era un teatro che, come scoprii più tardi, veniva affittato e utilizzato dalla Ricor­di come sala di registrazione per i propri artisti. Ci lavorò anche Lucio Battisti! Ero refrattario alla scena musicale milanese, non mi piaceva nessuno e non avevo molti amici musicisti. Preferivo i negozi di dischi alle band, odiavo le sale prova, odiavo l’ambiente, insom­ma, mi stavano un po’ tutti sui co­glioni. Andai all’estero e stetti un anno in Irlanda, poi in Inghilterra. Mi liberò molto artisticamente e mi sentii perfettamente a mio agio in quella situazione, trovai intorno a me l’humus adatto a ciò che avevo in mente di fare. Cominciai a suo­nare in numerose band, tra le quali alcune importanti con l’aspettativa di fare il botto. Rimasi circa dieci anni lì e feci la mia gavetta.

Gli Afterhours hanno pubblicato a distanza di 4 anni dal precedente il loro nuovo lavoro, Padania, avviando di conseguenza un intenso tour. Come riesci a gestire i tuoi impegni soli­stici insieme a quelli con il gruppo?

E’ un vero delirio! Credo che quest’anno farò il record di concerti della mia vita… Ovviamente gli Afterhours hanno la precedenza assoluta, però avere un tour in progress ha limitato le mie possibilità di fare concerti in posti interes­santi, come i festival, dove la gente viene non solo per te ma segue un certo tipo di mondo musicale. Mi sono adattato ad altre situazioni che comunque mi hanno soddisfatto, e conti­nuo in tarda età a fare canzoni sui treni (ride).

Questo significa che c’è molta passione in quello che fai, non è semplicemente un mestiere. Si percepisce chiaramente che non sei un artista esordiente, alle prime armi, ma che possiedi un bagaglio di esperienza notevole.

Certo mi piacerebbe avere ancora vent’anni, nel senso che avrei molto più tempo davanti per portare a compimento altri progetti. Non credo però che a quell’età avrei potuto realizzare un lavoro del genere. Infatti la maturità raggiunta nel disco è frutto dell’esperienza acquisita nel tempo. In Italia è difficile per un artista di vent’anni possedere già l’esperien­za necessaria per mantenere il controllo di un lavoro così complesso sia dal punto di vista sonoro che da quello tecnico, in quanto non ci sono le condizioni per acquisire competenze necessarie.

Parlaci del “Cortometraggio” che hai realiz­zato per il brano Le parole?

Ho usato il termine “cortometraggio” in rela­zione al titolo del disco che è “Colonna sono­ra originale”. Ovviamente è un videoclip, ma mi piaceva l’idea di vederlo come un mini film di Roberto Dell’Era. E’ stata una avventura bellissima lavorare al video, prodotto insieme a Giorgina Pilozzi, che aveva proposto di fare una sorta di omaggio a “i 400 colpi” di Fran­cois Truffaut senza però creare riferimenti al film. Il piccolo Ian Sassanelli, il bimbo che ha recitato nel video, ha rappresentato il mio ­al­ter ego ed è stato bellissimo lavorare con lui.
E’ il primo lavoro in ambito cinematografica che abbiamo realizzato e mi ha soddisfatto molto, così come aver scelto il bianco e nero. Il corto è piaciuto moltissimo anche a tanta gente dell’ ambiente.

Suoni in tante situazioni diverse, in duo, con la band, da solo. Qual’é quella che preferi­sci?

Dal vivo non ho una preferenza particolare. Mi trovo bene sia con i Judas, che da solo o in duo con Rodrigo. Anzi, con Rod si è creata una bellissima intesa e mi piace molto suo­nare con lui, perché mi lascia molto spazio, capisce al volo le mie intenzioni e sa suppor­tarmi adeguatamente.

Progetti Futuri?

Sicuramente realizzerò un nuovo disco, ma non so ancora quando. Ho in cantiere molte idee, che al momento opportuno verranno sviluppate e vedranno sicuramente la luce.

lunedì 19 novembre 2012

Miami & The Groovers - Live al Circolone di Legnano - 9 novembre 2012


Foto di Fabio "Baio" Baietti
“Fino a quando in un venerdì sera di novembre il Circolone sarà così pieno, così rumoroso, così molesto, l’ultima band di rock’n’roll sarà sempre in giro, non si fermerà mai e non metterà mai la parola fine”. Le parole di Lorenzo Semprini usate per introdurre The last rock’n’roll band rendono perfettamente l’idea di cosa sia successo al Circolone di Legnano in occasione del concerto dei riminesi Miami & The Groovers tenutosi nell’ambito della rassegna Americana. Gli appuntamenti del ciclo sono diventati una piacevole abitudine per tutti gli amanti della musica d’oltre oceano che questa volta sono stati testimoni di una travolgente rock’n’roll night. Come era lecito aspettarsi, questa tappa del Good things tour ha portato in città uno dei più intensi show dal vivo cui è possibile assistere in Italia e l’attesa del folto pubblico, che ha accolto con grande entusiasmo la band, è stata ripagata con un set di due ore e mezza, adreanlinico e tiratissimo, che ha letteralmente conquistato tutti i presenti.


Foto di Fabio "Baio" Baietti

Foto di Fabio "Baio" Baietti




Always the same
Big mistake
On a night train 
Walkin’ all alone
Lost 
Audrey Hepburn’s smile 
Before your eyes 
Good things 
Waiting for me 
Love has no time 
Sliding doors
Tears are falling down 
Back in town 
Running down a dream 
Burning ground 
Under control 
Jewels and medicine 
Broken souls 
Postcards 
It’s getting late 
Rock’n’roll night 
Last r’n’r night 
Train in vain 
The ’59 sound
Point blank
Merry go round
We’re still alive



mercoledì 7 novembre 2012

Ila And The Happy Trees - Believe it (Mokili - 2012)

E’ possibile cambiare il mondo? Cosa si può fare per migliorare la realtà che ci circonda e, soprattutto, quali mezzi abbiamo a disposizione? Questi semplici interrogativi sicuramente ce li siamo già posti. Anche se non è sempre facile trovare le risposte giuste, non per questo dobbiamo scoraggiarci. Cominciamo dalle cose più semplici, dai piccoli gesti quotidiani, dalla nostra predisposizione d’animo. E’ questo il punto di partenza, credere in noi stessi, credere nelle cose che facciamo, credere nei nostri sogni. “Give me your dreams, I can change your life, I’ll build your new day, people can be better than they are, if you believe it.
Il secondo disco della cantautrice genovese Ila è una risposta sincera e spontanea a questi quesiti. Colmo di energia positiva, ha la leggerezza di un bicchiere di acqua fresca, fa pensare all’innocenza di un bambino che guarda le cose lasciandosi meravigliare da esse “Quando ero bambino ero in pace con il mondo, e giocavo a girotondo, quando ero bambino ero capace di creare, adesso provo ancora a volare. Forse è questo il segreto, lo abbiamo sotto gli occhi, “The meaning of life is everywhere, and you can  choose the way you wanna be”.


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lunedì 5 novembre 2012

Cheap Wine - Based on lies (Autoprodotto - 2012)

I Cheap Wine in quindici anni di carriera hanno compiuto passi da gigante. Si sono costruiti nel tempo una solida reputazione, basata su un’intensa attività live e sull’integrità della loro proposta. Sono artisti veri, non scendono a compromessi e si autoproducono con estrema professionalità. Possono contare su una grande credibilità, raggiunta con passione e determinazione, che li ha fatti diventare uno dei gruppi di punta del rock italiano, definizione tra l’altro limitativa, visto che non sfigurano assolutamente accanto ai più bei nomi della scena americana. A tre anni dal precendente lavoro in studio e dopo l’acclamato Stay alive, sanguigna testimonianza dei loro strepitosi concerti, la band dei fratelli Diamantini firma un album stupendo, senza ombra di dubbio il migliore dei nove finora pubblicati, ultimo di una serie in progressione continua. Naturale evoluzione della direzione già intrapresa da Spirits, che vedeva ridotta la componente elettrica a favore di momenti acustici ricchi di trame strumentali, Based on lies conferma la bontà di questa scelta. Ci troviamo perciò di fronte ad un raffinato rock d’autore in cui i testi giocano un ruolo di primo piano, decisamente cinematografici nel restituire immagini molto vivide delle storie raccontate, e la musica trova il giusto equilibrio tra ballate desertiche, ritmi swinganti e tipici anthem rock’n’roll.