Per Bruce Springsteen questa è stata una data veramente importante perché si è verificato un evento chiave che influenzerà tutta la sua carriera futura. Il 9 maggio del 1974 Bruce e la E Street Band facevano da "gruppo spalla" per Bonnie Riatt che tenne un concerto a Cambridge. Tutto normale, direte voi, solo che il pubblico capovolse le sorti della serata. Springsteen tenne un concerto talmente intenso che, finito il set della Riatt, il pubblico lo volle di nuovo sul palco chiedendo a gran voce che continuasse ad esibirsi. Tra il pubblico era presente tale John Landau, allora giornalista, successivamente manager e amico di Bruce, che rimase folgorato dallo spettacolo offerto dal giovane musicista del New Jersey. Nella cronaca che pochi giorni dopo pubblicò su un giornale di Boston, Landau scrisse quella che sarebbe divenuta una frase storica:
"Giovedì scorso, all'Harvard Square Thaetre, ho visto brillarmi davanti agli occhi i miei trascorsi rock 'n' roll. E ho visto qualcos'altro. HO VISTO IL FUTURO DEL ROCK AND ROLL E IL SUO NOME E' BRUCE SPRINGSTEEN. In una sera in cui avevo bisogno di sentirmi giovane, lui mi ha fatto sentire come se ascoltassi musica per la prima volta."
"All’inizio, ogni musicista vive il suo momento di genesi. Per voi potrebbero essere stati i Sex Pistols, o Madonna, o i Public Enemy. Qualunque cosa vi abbia fornito la spinta iniziale per l’azione. Per me è stato il 1956, Elvis e l’Ed Sullivan Show. Fu la sera in cui capii che anche un bianco poteva creare qualcosa di magico, che non era inevitabile finire condizionati e limitati dall’ambiente in cui si cresceva, dal proprio aspetto, o da un contesto sociale opprimente. Era possibile evocare il potere della propria immaginazione e trasformare il proprio io. E parlo di un ben preciso tipo di trasformazione, la trasformazione in un nuovo io che in qualunque altro momento della storia americana sarebbe sembrato difficile creare, se non impossibile. Ai miei figli dico sempre che hanno avuto fortuna a nascere nell’era della riproducibilità tecnologica, altrimenti loro vivrebbero nel retro di un furgone e io avrei in testa un cappello da giullare."
Commentare a caldo quanto avvenuto a Milano, prima tappa
italiana della tournée, senza farti prendere dall’entusiasmo, con l’adrenalina
a mille, stremato e ancora in balia delle fortissime emozioni provate, è
un’impresa quasi impossibile. Ti rendi conto che se anche vorresti essere il
più obbiettivo possibile, non puoi analizzarlo razionalmente ed è difficile
affidare alle parole il racconto di ciò che hai vissuto e che ti è rimasto
dentro senza l’uso indiscriminato di una lunga serie di superlativi. Quando hai
la fortuna di imbatterti in serate come questa, in cui in realtà non si è
tenuto semplicemente un concerto rock
ma un vero e proprio rito sacro, celebrato
con tanto di officiante e adepti in delirio, riesci solo a dire di aver assistito
ad un evento unico e irripetibile, il
cui ricordo indelebile ti accompagnerà per tutto il resto della vita.
Quello di San Siro
è stato uno show folgorante, una festa che sembrava non avere fine, 3h40’ di
musica ininterrotta , senza una pausa, un lunghissimo singolo encore composto da 33 canzoni che Bruce ha suonato con grinta ed energia
senza pari, come se fosse l’ultima occasione rimasta per evocare lo spirito e infiammare l’anima dei suoi
fans. Alcuni momenti sono stati magici, come l’intensissima Jack Of All Trades o quando si è seduto
al piano e ha intonato le note di The
Promise regalandoci una delle sue storie più belle e noi siamo rimasti
tutti senza fiato, rapiti da un’interpretazione straordinaria.
Agli amanti del rock blue-collar, fatto di sudore e tanta passione, Live In Rock’a piacerà sicuramente. John Strada fa parte di quella generazione di musicisti che, come Ligabue e Graziano Romani fino ai più giovani Miami & The Groovers, hanno saputo inseguire il loro sogno con
tenacia e convinzione, incarnando nella periferia emiliana il mito americano di
un rock energico e passionale, sincero e genuino. Nella terra del sangiovese e
del gnocco fritto può capitare di perdersi nel nebbione e incontrare Elvis che ti dice che non avrai mai
successo nella musica, ma sarai costretto a provarci tutta la vita. In questo
simpatico siparietto, utilizzato per presentare la band, sono riassunti i
vent’anni di carriera che Strada ha
alle spalle, fatti soprattutto di concerti dal vivo, dimensione in cui il
rocker da il meglio di se.
Giunti al terzo album in studio, Lorenzo Semprini e i suoi fidati Miami & The Groovers centrano in pieno il bersaglio. Good Things è infatti un disco energico ed appassionato, un pugno di brani essenziali e sinceri che testimoniano, se ancora ce ne fosse bisogno, la possibilità di fare anche in Italia un ottimo rock, senza alcun timore reverenziale nei confronti dei modelli d’oltre oceano. Gli anni passati on the road facendo gavetta e suonando in ogni possibile locale dove ci fossero altri affamati di rock sano e genuino hanno dato ottimi frutti. Spesso hanno calcato il palco insieme ad artisti di calibro internazionale e questo ha permesso loro di affilare le armi acquisendo sicurezza e fiducia nei propri mezzi espressivi. La band riminese, che sognava di trasformare la riviera nella Jersey shore, ha saputo far decantare le proprie influenze facendole confluire in un sound personale e maturo. Rock di chiara derivazione americana, sporco e stradaiolo come sapevano esserlo, ad esempio, i Replacements e i Del Fuegos, senza dimenticare la lezione del miglior songwriting cantautorale. Quest’album ci regala quindi una delle più belle sorprese d’inizio d’anno. Tredici brani in tutto per quarantasei minuti di musica (il tempo giusto di un Lp) che scorrono veloci e ti restano in mente già dal primo ascolto.
Partenza alla grande con la title track Good things, ritmo veloce e chitarre in evidenza, dall’impatto immediato. Seguono l’energica On a night train, basata su un bel riff e Audrey Hepburn’s smile ballata dall’arrangiamento molto curato ed efficace. Cold in my bones, dal ritmo più lento e riflessivo, vede ospite la chitarra di Antonio Gramentieri cui si intrecciano quella di Beppe Ardito e il piano di Alessio Raffaelli conferendo al brano un incedere molto intenso ed affascinante. Burning ground è un ottimo garage rock con le chitarre a farla da padrone, che dal vivo non faticherà di certo a diventare uno dei pezzi più coinvolgenti. Walkin’ all alone è la gemma del disco, una ballata davvero ben riuscita in cui Riccardo Maffoni, ospite alla voce, duetta con Semprini e il violino di Heather Horton (la moglie di Michael McDermott) impreziosisce il brano, chiuso dal dialogo tra chitarra e organo e l’assolo finale. Sulla stessa lunghezza d’onda Before your eyes e Always the same, mentre con il rock a la Bo Didley di Under control la temperatura aumenta di nuovo per arrivare a quello che diventerà sicuramente un inno, The last r’n’r band, dall’inconfondibile marchio di fabbrica della band. Postcards, introdotta da Israel Nash Gripka che legge un brano di Thomas Wolfe, ci lascia riprendere fiato, con la pedal steel di Alex Valli e l’armonica di Semprini in evidenza. Chiude il disco We’re still alive un velocissimo folk rock con in mente i Pogues e i contemporanei Dropkicks Murphys.
In conclusione questo Good things è un ottimo lavoro che conferma il positivo stato di forma della band e il talento compositivo di Lorenzo Semprini. Non si può far altro che plaudere ai risultati raggiunti da questi ragazzi che con passione e volontà hanno saputo credere al loro sogno e sono diventati una delle più belle realtà della scena musicale italiana. Rimane solo attenderli dal vivo per sentirli suonare come fossero rimasti l’ultima rock’n’roll band, gridando insieme a loro “wish me good luck we’re still alive”.